Capitolo primo
Mi ricordo quando, all’età di sette anni, andavo a Brescia con mio padre a trovare il cugino di mio nonno, che si chiamava Fulvio Signaroli: altro non era che il nipote del famoso bandito Proana…! Quante storie ho in mente, ma non so se riuscirò a scriverle tutte, considerando la mia veneranda età ,così scrisse Avelino Busi...
Asilo e ricordi
È allora che affiorano i ricordi. Per esempio, il primo giorno di asilo: un cestino quadrato di paglia nella manina (l’altra era occupata dalla mano della mia mamma). Bambini come me non ne avevo mai visti prima — come mi sembravano brutti! Tutti più brutti di me, almeno così mi apparivano. Si chiamavano, o li chiamavano: Vincenzo, Vito, Angelo, Giacomo, Andrea, Ignazio, Nerio, Giovanni, Enzo, Cipriano, Paolo, Benedetto… e tanti altri ancora dei quali non ricordo il nome. E le bambine? Qualcuna era carina — poche però — le altre orrende! Scrivo solo i nomi, senza classificarle: Angela, Giulia, Rosa, Teresina, Natalina, Adriana… e tante altre ancora.
Anni '30 e '40
Le suore ci preparavano a un saggio — così facevano bella figura con la signora Cinica, una grassona con seno enorme, moglie del podestà. Erano scenette di guerra, nelle quali io ero disteso su una barella, con la fronte fasciata e sporca di sangue (intrisa di cornioli maturi). Al mio fianco, una crocerossina che mi assisteva (avevano scelto proprio la bambina che non mi piaceva!). Mi ricordo che dopo la recita ci fecero fare una mangiata di biscotti secchi, secchi. Il mio amico Nerio, un giorno che aveva preso la purga, non era riuscito neanche a calarsi i pantaloni: così era rimasto nel gabinetto pieno di dissenteria. Quando sono entrato, mi ha pregato di andare a chiamare la suora, che — amorevolmente — lo “defecò”! E il pranzo? Riso in brodo con le ortiche e acqua bollente. “La pasta minutina è fatta di farina” — così ci facevano cantare le suore. E se non la mangiavo… “Apri la bocca!” — e dentro un cucchiaio pieno da farmi venire il vomito. Per fortuna, a casa c’erano le tagliatelle della nonna per cena. Penso di chiudere qui il capitolo “Asilo”.
Trasloco ai Tagliane
Ora dovrei continuare la mia storia — e le storie di paese. 1939, agosto. Si lascia la casa dei nonni materni e andiamo ad abitare ai Tagliane, una casa diroccata posta sotto al piccolo cimitero di San Gallo. Uno stanzone vicino ai bachi da seta serviva da camera da letto; tanto è vero che, quando dormivamo, si sentiva il cric cric dei dentini che masticavano le foglie di gelso, accompagnato da una puzza nauseabonda. In camera dormiva tutta la famiglia: io e mia sorella Luigina in una cuccetta (uno alla testa e uno ai piedi, essendo maschio e femmina) — naturalmente facevamo la gara a tirarci calci nel sedere. Mio padre, mia madre e mio fratello Angelo (che allora aveva sette mesi) dormivano nel letto grande.
La casa sotto il cimitero
Mi ricordo un particolare: le assi sopra la camera erano talmente distanti che si potevano contare le stelle, perché il vento aveva spostato le tegole! Mio padre le chiamava per nome: la chiòccia (penso fosse l’Orsa Maggiore), i prèder (le tre stelle in fila ordinate) e la stèla de la dè (Venere). Ricordo anche un’altra notte: io e mia sorella, mentre dormivamo, sentimmo sopra le coperte un leggero tramestio che ci fece svegliare e litigare tra noi. “Perché non stai ferma?” — “Sei tu che ti muovi!” Al che mio padre, svegliatosi, grida: “Volete finirla di litigare? Domani devo alzarmi presto per andare a lavorare!” Ma quel rumore sopra le coperte non cessava… Accese la luce e constatò che era un topo caduto dal solaio, che correva avanti e indietro sopra le coperte!
Crea il tuo sito web con Webador